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Guerra e pace: la trasformazione dell’Imperial War Museum di Londra

Di Giuliano Gaia – foto di Stefania Boiano

PROBLEMA: come rendere accettabile alla nostra epoca politically correct un museo che ha nel nome due parole impresentabili su tre: “Imperial” e “War“?


E’ un problema più comune di quanto si possa pensare e investe moltissimi musei celebrativi, nati per rinforzare miti fondanti della societa’ la cui percezione si e’ poi modificata nel tempo; basti pensare  in Italia ai molti musei del Risorgimento che in gran parte non sono riusciti a rinnovarsi e oggi sembrano piu’ vecchi delle vicende che ricordano.


SOLUZIONE: la scelta dell’Imperial War Museum negli anni recenti e’ stata coraggiosa e affascinante: presentare oggetti e vicende controverse, in modo da instillare dubbi piu’ che certezze nel visitatore e stimolare emozioni contrapposte per favorire un approccio critico. Questo approccio e’ ancora piu’ evidente bel suo ultimo riallestimento, che ho potuto visitare ad appena una settimana dalla riapertura dopo un riallestimento di 40 milioni di sterline curato dagli architetti Foster&Partners. In questo post riportero’ alcuni esempi, per rimandare a un post successivo una trattazione specifica delle nuovissime gallerie dedicate alla I Guerra Mondiale.

La V2 Il nuovo ingresso dell’Imperial War Museum e’ dominato da una vasta sala centrale  cui si affacciano le varie gallerie su ben 5 piani.


La sala e’ in gran parte dominata da un obelisco di metallo che ha qualcosa di temibile e soprannaturale come un totem dei tempi moderni: uno dei missili tedeschi V2, massimo simbolo della minaccia nazista, che portarono a Londra  mesi di terrore perche’ piombavano all’improvviso sulla citta’ indifesa senza annunciarsi in alcun modo (una cadde a pochi metri dall’attuale sede dell’Imperial War Museum uccidendo 43 persone).


Di per se’ un’arma terroristica, ma anche il precursore delle esplorazioni spaziali, al punto che Von Braun, il progettista delle V2, invece di essere processato come criminale di guerra per l’uso spietato delle sue creazioni e per le condizioni terribili dei prigionieri costretti a costruirle, venne immediatamente accolto negli Stati Uniti e dotato di generosi fondi federali per continuare le sue ricerche che alla lunga portarono ai primi razzi Apollo. La via alla Luna passa quindi anche attraverso il sangue delle vittime dei nazisti. C’e’ di che riflettere, non c’e’ dubbio, e l’Imperial War Museum invita esplicitamente a farlo, pubblicando anche alcuni (selezionati) pensieri dei visitatori sul tema.

La Jeep dei giornalisti Molto visibile all’ingresso e’ una Land Rover della Reuters coperta di scritte TV e PRESS e protagonista di una storia drammatica: venne colpita da un elicottero israeliano nel 2006 a Gaza con un missile, e i due giornalisti presenti sulla Jeep restarono gravemente feriti.

Bloody Sunday

Le gallerie proseguono con alcuni exhibit davvero interessanti riguardanti guerre lontane e recenti, sempre col principio dell’approccio critico e della non retorica: da manifesti anti-Blair sulla guerra in Iraq al giubbotto esplosivo di un terrorista suicida in Afghanistan, fino a un mezzo blindato per il pattugliamento dell’Irlanda del Nord.


A proposito di Irlanda del Nord, colpisce come un museo cosi’ coraggioso nel presentare “l’altra faccia” del conflitto non sia riuscito a dedicare ne’ un oggetto ne’ una riflessione all’episodio piu’ controverso della storia recente britannica: quel Bloody Sunday del 1972 in cui un reggimento di paracadutisti inglesi fece fuoco su un corteo inerme uccidendo 14 persone e precipitando l’Irlanda del Nord in una sanguinosa guerra civile da cui non e’ ancora uscita del tutto. Ripariamo noi alla dimenticanza riportando il trailer del bellissimo film (inglese) del 2002 Bloody Sunday.


Hitler e la valigia Concludo questa prima recensione sull’Imperial War Museum London con un particolare che ho trovato veramente toccante:  per raccontare il nazismo, invece di mille parole sono presenti solo due oggetti, uno di fronte all’altro: uno schermo su cui viene proiettato (non tradotto e senza alcun commento) il documentario propagandistico nazista “Il Trionfo della Volontà” di Leni Riefenstahl, e di fronte allo schermo soltanto una valigia che due ebrei tedeschi spedirono ai propri figli emigrati in Inghilterra prima di essere arrestati e uccisi ad Auschwitz.


Quella semplice, comune valigia e’ una pistola muta puntata contro le immagini trionfalistiche di oceaniche adunate, svastiche al vento e ipnotici discorsi. E’ un monito, un’accusa, un grido. Ecco, se c’e’ una cosa che il nuovo Imperial War Museum può portare in dote al nostro tempo e’ la capacita’ potente di far parlare gli oggetti con l’anima e il cuore dei visitatori.

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