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Musei 2.0 ?

Report da Museums&the Web 2007

Di Giuliano Gaia

San Francisco è una città che raccoglie il meglio e il peggio degli Stati Uniti, e che lascia sconcertato il visitatore europeo. Come può una città così bella, progressista, aperta, sofisticata, tollerante, ecologista e politically correct fino alla stucchevolezza, accettare senza apparenti problemi lo scandalo di migliaia di senzatetto che si aggirano come relitti per le strade del centro, tra vetrine lussuose e gallerie che vendono Picasso e Matisse a centinaia di migliaia di dollari al pezzo?

Come può una città così lanciata nel futuro essere così cieca rispetto al suo presente? La sensazione che si ha spesso a San Francisco è quella dell’irrealtà, di una Metropolis fantascientifica in cui gli abitanti della “Città di sopra” si godono una delle città più belle della Terra vivendo in un futuro dorato e ignorando i problemi del resto dell’umanità.

Allo stesso modo a volte in Museums & the Web si ha la sensazione che le soluzioni presentate siano molto lontane dalla realtà effettiva dei musei, specie di quelli medio-piccoli (per non parlare di quelli italiani!).

Per questo ho particolarmente apprezzato l’intervento di Peter Samis del San Francisco Museum of Modern Art che ha testualmente citato “L’elefante nella stanza, di cui non ci siamo ancora resi conto: che i nostri visitatori per lo più non usano alcun tipo di supporto tecnologico. Non usano i palmari, i tour su cellulare, le audioguide, i chioschi multimediali; si ostinano a leggere pannelli e didascalie.”

Il dato positivo, però, è che quella fetta di visitatori che usa i supporti tecnologici tende ad esserne soddisfatta e ad apprezzare di più la visita; esiste dunque un ampio “margine di utilità” per le tecnologie nei musei, a patto però che non vadano a scapito del miglioramento dei mezzi tradizionali (didascalie, allestimento, visite guidate).

Un altro bagno di realismo, e al tempo stesso di splendido idealismo, è stato quello del responsabile libri di Internet Archive nella Opening Plenary. Per chi non lo sapesse, l’Internet Archive è una piccola fondazione senza scopo di lucro che ha il modesto obbiettivo di archiviare tutto il World Wide Web, conservandolo per i posteri. Sembrerebbe un’impresa impossibile, ma la verità è che all’indirizzowww.archive.org è possibile trovare delle copie, anche se parziali, praticamente di qualunque sito. Non contenti di questo formidabile risultato, quelli di Internet Archive si sono proposti di “digitalizzare e pubblicare su Internet ogni libro, ogni filmato, ogni traccia audio, che siano mai stati prodotti dall’umanità”. Impossibile? Non secondo i loro calcoli: basterebbero qualche milione di dollari, molta buona volontà e delle leggi sul copyright meno restrittive. Per cominciare hanno digitalizzato alcune centinaia di migliaia di volumi, e allestito dei “Book Mobile”, furgoncini che girano l’India rurale e stampano “on-demand” dei libri da distribuire gratuitamente a ragazzini che altrimenti sarebbero esclusi da tutto. E così quelli di Internet Archive affrontano un altro elefante nella stanza che tendiamo sempre ad ignorare, e cioè che, secondo una statistica di qualche anno fa, il 56% dell’umanità non ha accesso neppure al telefono, altro che Internet e palmari.

Tornando alla conferenza, naturalmente a farla da padrone quest’anno era il Web 2.0 in tutte le sue forme: blog, podcast, flickr e, naturalmente, Second Life. Bisogna comunque dire che, a parte pochi musei scientifici come l’immancabile Exploratorium, non sembra che i musei stiano sfruttando molto le potenzialità di Second Life e del Web 2.0 in generale. Forse il mondo dei musei non è ancora pronto per affrontare la rivoluzione copernicana dell’utente come creatore di contenuto, invece che come puro “destinatario” o “consumatore”.

novembre 2007

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