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Un dodo al Museo di Storia Naturale di Londra: tutto (quasi) vero

di Alessio Vitelli

E’ storia comune che i più grandi scienziati e divulgatori scientifici abbiano ricevuto il seme della passione per la scienza in tenera età e la tecnologia è sempre stata il ponte attraverso cui le informazioni sono fluite.

Charles Darwin, Wernher von Braun (padre della missilistica moderna, progettista del Saturno V che portò Armstrong sulla luna) ed Enrico Fermi, si innamorarono della scienza in tenera età dopo aver letto per caso un libro. Questo supporto per noi ormai banale è tecnologia: una delle invenzioni tecnologiche che più profondamente ha modificato l’umanità. I fratelli Wright, i pionieri delle “macchine volanti”, si sono appassionati alla meccanica dopo aver rotto in tenera età un giocattolo volante a molla ed anche la modellistica è tecnologia.

Chi ha fatto la storia della scienza dunque è stato ispirato direttamente  dalla tecnologia esistente per crearne della nuova.


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David Attenborough sul set del documentario


E oggi? Qual’è il suo ruolo nella divulgazione scientifica? Siamo capaci di comunicare la conoscenza e renderla ancora eccitante agli occhi delle nuovi generazioni? I futuri scienziati che rivoluzioneranno la nostra storia avranno subìto il fascino della conoscenza nei nostri musei, luoghi tra i massimi detentori del nostro sapere?

Secondo Michael Dixon, direttore del Natural History Museum di Londra, la risposta sta nel film-documentario “Back to life”, curato dalla BBC e prodotto da Sky, con protagonista David Attenborough,  divulgatore scientifico tanto famoso in Gran Bretagna quanto Piero Angela nel nostro paese.


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Il dodo riprodotto dalla BBC grazie agli studi del Natural History Museum di Londra


Centinaia di anni di paleontologia e conoscenze naturalistiche incontrano le animazioni 3D e un’ottima CGI (Computer-Generated Imagery), facendo vivere, attraverso il racconto di David, la magia di riportare in vita gli “skeletons” degli animali preistorici meno conosciuti (non ci saranno t-rex, sarebbe troppo facile), contribuendo al “fattore scoperta” per il pubblico.

Ed è così che ci troviamo faccia a faccia con il dodo e la sua storia. Uno dei volatili più misteriosi ed erroneamente rappresentati nella storia moderna. Estinto appena quattrocento anni fa ma rappresentato in numerosi quadri di autori olandesi del XVII secolo (vedi Cornelis Saftleven). Vedremo l’animale letteralmente uscire da un dipinto nel museo nella sua rappresentazione goffa, quasi mitologica, per vederlo interagire con David e trasformarsi dinnanzi a lui nella raffigurazione e nelle movenze più realmente plausibili secondo gli studi e le ricerche dei naturalisti del museo.

Ci siamo già dimenticati di essere in un museo, vero? Questo effetto al Natural History Museum di Londra è realtà. Infatti quotidianamente il museo inserisce nella sua vasta offerta culturale anche uno spettacolo interattivo, in cui l’ologramma di David Attenborough interagisce con il pubblico armato di tablet e fotocamera per scoprire la realtà aumentata a servizio della scienza e della storia della natura.

Perchè quindi un documentario sulla piattaforma Sky? E’ solo Marketing? A detta di Dixon “il film rafforza la convinzione che (il Museo di Scienze Naturali di Londra, ndr) ha nel cercare sempre nuovi modi per utilizzare e adattare collezioni museali al fine di renderli emozionanti agli occhi sopratutto delle nuove generazioni. Per centinaia di anni le collezioni nazionali di Londra hanno ispirato la creatività e contribuito a nuove conoscenze, sostenendo lo status internazionale di potenza culturale di questa città.”

Ma non è tutto. Non è semplicemente un promo quello che viene presentato (anche se a mio parere assolve perfettamente a questa funzione), ma il film vuole affrontare con stile il tema della digitalizzazione delle informazioni, tema quanto mai attuale.

Infatti ciò che viene riprodotto nel documentario è frutto di un attento studio dei paleontologi del museo e delle loro ricerche naturalistiche. Sono loro i veri registi del film, basando scientificamente tutte le rappresentazione degli animali che incontriamo. Tutti questi dati, completato il documentario, saranno a disposizione dei futuri ricercatori che probabilmente arricchiranno la conoscenza che abbiamo di queste creature sfruttando la nuova tecnologia qui rappresentata.


L'ingresso del NHM

L’ingresso del NHM


Digitalizzare le informazioni e condividerle con i nuovi processi tecnologici non è quindi solo un aggiornamento “cool” che ammicca alla quotidianità social in cui tutti noi viviamo, ma pone le basi per un nuovo modo di conoscere, studiare ed interpretare le conoscenze scientifiche attraverso strumenti  come internet, pc, tablet, smartphone, probabilmente i Google Glass e chissà quanto altro ancora, con cui le nuove generazioni sono nate, mostrando spesso quasi un’innata capacità di utlizzo.

Dopo aver visto il documentario, ammetto senza timore il conflitto di interessi che mi riguarda. Anche io fin da bambino mi sono appassionato alla scienza, con risultati probabilmente  non degni di nota quanto i “grandi” citati sopra. Ma ricordo perfettamente che nel momento in cui sentivo la sigla di Quark correvo a sedermi davanti al televisore (la tecnologia della mia generazione) per assistere a documentari sugli animali raccontati da un uomo già brizzolato, capace di trasmettere persino ad un bimbo di appena cinque anni la bellezza della natura e la sua infinita complessità.

Che ci sia anche in Gran Bretagna un bambino davanti al suo tablet, non più all’ombra di un’ ingombrante tv, ad ascoltare David Attenborough invece che Piero Angela poco importa: mi piace pensare che la storia si ripeta.


Fonti

www.standard.co.uk

www.nhm.ac.uk

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